Pagine

mercoledì 21 maggio 2014

Dedicato a Isabella


Un bambina minuta e graziosa, la prima di cinque figli, gioca con l'acqua nella fontana della piazzetta, poi corre nel prato vicino a raccogliere le margherite. Il suo nome è Isabella ma tutti la chiamano Sabellina.
Non hai mai paura del buio perché dorme insieme ai suoi fratelli in una stanza grande dove il lettone trova la sua intimità dietro una tenda. La più piccola già dorme nel cassettone del comò e Sabellina va a guardarla, ci arriva in punta di piedi e cerca di sistemare la copertina.
Mamma Carmela si è svegliata molto presto, deve insaponare le lenzuola e lasciarle in ammollo con la cenere, Sabellina sbircia sulla porta della cucina e si chiede come faranno a tornare bianche.
Papà Filippo si lava il viso nel catino, tira fuori dall'armadio l'abito, si veste, si profuma col dopobarba ed esce in paese.
E' domenica, i bambini possono giocare, Sabellina preferisce non pensare a domani, le tocca lavare le "chianghe" e gli scalini davanti la porta di casa, dovrà spazzolare molto prima che le lastre tornino bianche e lucide.
C'è poco di tutto, c'è anche poco sentimento manifesto, la prima grande guerra ha lacerato i cuori, e la miseria è avara di carezze.


Sabellina crescerà, diventerà grande in fretta quando a vent'anni sposerà Enrico, uno "straniero" per i paesani perché arriva dal Nord e lavora presso la base Nato.
Non l'ha scelto, lui ha scelto lei, ha chiesto al suo papà il permesso di sposarla, e a Filippo è sembrato un buon partito per sua figlia. Ha posto una condizione però, quella di non portarla lontano ma di restare a vivere in paese.
Enrico non è solo un bell'uomo, è anche fiero, impostato e non bada troppo alle tradizioni del luogo, non condivide la mentalità, ma si adegua, però una cosa riesce a cambiare, anzi due: la vita di Sabellina perché diventerà madre di dieci figli tra mille difficoltà e in piena grande guerra, e il suo nome in Elisa.
Con la sua prima bimba di tre mesi raggiunge Venezia per sfuggire ai bombardamenti e trovare conforto presso alcuni parenti di suo marito.
Quando gli americani liberano Roma, Enrico torna a casa dal fronte, occorre rimettere insieme la famiglia, le loro vite, i cocci trovati in paese.
"Ma quanto tempo è passato, che ora è?" domanda Isabella. "Sai, avrei molte cose da raccontare, ma credo che mi manchi il tempo oramai". "Ti ho cresciuta per un po', sei stata sempre una bimba curiosa, ma tranquilla, poi a tre anni sei andata all'asilo con mio grande dispiacere, e ti assicuro che non è stato l'unico!"
Enrico l'ha lasciata troppo presto, e tanti altri sono stati i lutti in famiglia che le hanno lasciato un mare di lacrime dentro che solo ora lascia cader giù dal suo viso solcato dal tempo e dalla storia della sua vita.
Mi insegna la dignità nella mancanza di parole che la fame toglie, l'orgoglio nel chiedere il pane per i suoi figli senza domande, ma offrendo il suo fine lavoro di sarta. Mi spiega che la vita ti bastona tante volte quante sai reggere i colpi, poi si ferma e ti lascia piangere, a volte nella solitudine della vecchiaia.
Consiglia di non tormentarsi nei ricordi, appartengono a quel momento, non possono più far male.


Ora è stanca, vorrebbe congedarsi, crede di aver fatto tanto, e probabilmente di non essere stata capace di dare abbastanza amore ad ognuno dei suoi figli, di averlo dimostrato poco, ma era troppo occupata a trovare il modo per sfamarli, a cucire anche di notte i vestiti per guadagnare poche lire.
Io conosco bene le sue mani che impastano ancora, che tremanti cercano di infilare un ago, o di portarsi alla bocca un cucchiaio di minestra e ogni tanto si prende una pausa dal mondo.
Il suo nome è Isabella, ed è la mia cara nonna.